16 ottobre 2009

PERDASDEFOGU “La grande banana”


Prefazione

Ho incominciato a scrivere questi ricordi d’infanzia dedicandoli ai miei figli Flavio e Tiziano e a mia moglie Miriam. L’amico e collega Luciano Dessì di Villasimius si è rivelato primaria fonte di ispirazione in questa mia piccola fatica, lo invito a fare altrettanto verso i suoi cari. Anche lui ha molte cose da raccontare. Mi piace credere che il mio modo di ricordare le cose e i fatti sia quello giusto, ma certamente così non è. Di solito le cose brutte diventano meno brutte e le cose belle diventano più belle. Il Padreterno vuole bene anche a me, per cui anche se imprecise, ve le racconto come mi permette di rivederle nella mente e come le ha incise nel mio cuore. Ho volutamente talvolta cambiato nomi e situazioni, non è mia intenzione offendere alcuno, per cui riferimenti a persone e cose accadute sono da riferirsi esclusivamente alla mia fantasia e alla mia senile memoria. Perdasdefogu, sottotitolo “La grande banana” come per scherzo lo chiamiamo in casa mia, irridendo alla “grande mela” cioè New York. E’ l’affetto che provo per questo paese sardo dell’interno e per i miei familiari che mi ha indotto a raccogliere piccoli aneddoti riconducibili alla mia spensierata infanzia che va da metà degli anni cinquanta agli inizi degli anni settanta. Chi leggerà, compia un piccolo sforzo e provi a capire cosa era la vita di Foghesu a quei tempi, perdonandomi per le volute imprecisioni e per le cose poco serie che richiamo da quegli anni non tanto lontani. Spero che quanto scrivo risulti di qualche interesse.

1. Foghesu


Tutti i viaggi iniziano con un piccolo passo. Il mio viaggio è incominciato a Perdasdefogu o Foghesu in terra di Sardegna, come piace a noi del posto. Il ventotto luglio del cinquantacinque sono nato nella modesta casa dei miei genitori, in periferia quasi campagna. Mi ha visto nascere Signora Ida, la levatrice. Era normale nascere nel proprio paese. Adesso nascono tutti negli ospedali o nelle cliniche specializzate. Ero un bel bambino, simile a tanti altri. Ho ancora negli occhi il corredino ricamato da mia mamma, il girello in legno dei primi passi e la culla lettino. A mio padre, il nome Walter era particolarmente caro, per cui me lo diede di buon motivo. Conservo qualche fotografia dell’anno cinquantasei in cui vi sono io con un bel cartello a scritte maiuscole, per cui ho appreso quasi subito di avere il nome completo di Gian Walter ma solo per la chiesa. Senza il Gian, non mi avrebbero battezzato! Per la chiesa la forma era sostanza…non esistevano santi di nome Walter. In municipio, mi sono preso la soddisfazione di verificarlo, con bella grafia sono registrato solo Walter. Tutti mi conoscono così. Mia madre Amelia, casalinga si ingegnava a fare la sartina, e non mi faceva mancare mai i corredini e i vestitini da lei ideati e cuciti. Le sue amiche mi regalavano spesso dolcetti e quando facevano il pane in casa, per me arrivava puntuale sempre la “cocolletta” fragrante e tutta mia. Mio padre Peppino, era un carpentiere tuttofare, ha costruito con le sue mani la casa che per molti anni è stata il centro del mio universo. Avevo due grandi occhi neri e aperti sul mondo che mi circondava, una capigliatura folta e riccioluta che mi rendeva simpatico come un cucciolo di foca. Tutto bene. Olga, una cara amica di famiglia, mi portava volentieri a “ciùciù” cioè a spasso, ero il suo fidanzatino. Allora, il pomeriggio del tempo bello, specie in occasione delle feste, era un invito per tutti a darsi una pulitina, a tirar fuori gli abiti buoni e fare qualche vasca nello “stradone”, via principale di Foghesu. L’onore della famiglia era una cosa molto seria, pertanto le passeggiate vedevano i maschi con maschi e le femmine con le femmine. Le coppie regolari non avevano problemi di sorta. Gli sguardi furtivi e gli amori giovanili non mancavano. Ogni anno vedeva nuove coppie unirsi in matrimonio e nuovi pargoli allietavano il paese. I matrimoni si festeggiavano in casa, si mangiava e si beveva allegramente per alcuni giorni, si combinavano altri matrimoni e tutto aiutava a vivere secondo le costumanze civili. C’era ancora qualche uomo anziano che indossava il vestito tradizionale sardo, le donne in chiesa portavano il velo, le ragazze adottavano qualche tailleur scopiazzato da rari giornali che insegnavano cucito e taglio. C’erano tanti bambini, piccoli e grandi, il benessere del dopoguerra si affacciava anche a Perdasdefogu. Mi piaceva la vita di paese, tutti mi conoscevano e anche io conoscevo quasi tutti. Ogni tanto conoscevo qualche volto nuovo, erano ragazzi di Perdas che per vari motivi ogni tanto rientravano in paese, qualcuno era pastore, altri militari in “continenti”, alcuni studenti in città. A Foghesu c’erano i militari assegnati al Poligono, quasi tutti in uniforme, la maggior parte giovanissimi e altri anziani. Le famiglie dei militari erano distribuite più o meno equamente in tutto l’abitato. Le strade interne non erano asfaltate, qualcuna era acciottolata, quelle esterne con Jerzu e con Escalaplano rigorosamente sterrate, polverose o fangose e con cumuli di ghiaia ai bordi. L’illuminazione rara e fioca pioveva sulle viuzze dai portalampade a bandiera, era un po’ tutto spettrale. L’alternativa era il buio pesto oppure notti meravigliosamente terse e rischiarate da una luna pulita accompagnate da stelle come spilli luminosi sull’orbace scuro. Non si conosceva l’inquinamento luminoso! L’acqua potabile al rubinetto e fognature efficienti erano di là a venire… cose che neanche i più benestanti sognavano. Le case erano modeste ma pulite, tanta calce a imbiancare e molta terra per legare i muri in pietra. Foghesini e animali cominciavano a far comunella con i primi rumorosi automezzi che si intravedevano i quegli anni a Perdasdefogu. Da casa dei miei genitori, guardando a est si vedeva in lontananza il mare e molte coltivazioni di grano erano nelle vicinanze. A nord potevo vedere il Gennargentu, la nostra montagna più grande. A ovest le aspre dorsali del monte Santa Vittoria. A sud il tavolato del Salto di Quirra. Si viveva di stentata agricoltura, di strenua pastorizia e di qualche piccola rimessa di emigranti o pensionati. Il cambiamento arrivò con i militari. Non ci volle molto a comprendere che il futuro di Perdasdefogu era stato repentinamente cambiato. Da puntino sconosciuto sulla martoriata terra di Sardegna, sarebbe ben presto diventato un nome conosciuto e pronunciato in luoghi insospettabili. Cambiava il futuro di Foghesu e di tutti i foghesini, me compreso. Ogni tanto si udiva ronzare sulla testa un elicottero, era una novità che avrebbe col tempo resa consueta la presenza dell’Aeronautica Militare ai foghesini. Il cinema della Base, ci avrebbe mostrato immagini del paese dall’alto e, un ingenuo film girato ad arte avrebbe mostrato all’esterno della nostra comunità quali erano i rapporti tra il foghesini ed i militari come nuova realtà. In un brullo altipiano tra l’Ogliastra e il Sarrabus nella Sardegna sud orientale ho vissuto molti dei miei giorni tra il retaggio antico della cultura dei miei avi e il nuovo pensiero portato dai continentali.

2. Pruriti estivi


Era da un po’ di tempo che si andava a fare il bagno d’estate nei piccoli laghetti dei fiumiciattoli che circondavano Perdasdefogu. Un giorno Franciscu ci riferì che un gruppetto di ragazze, figlie di militari, si andavano ad appartare presso un piccolo laghetto della zona di “Luesu”. Il fare circospetto delle signorine nel recarsi al laghetto, ci fece subito capire che la loro era una uscita non autorizzata dai genitori… erano altri tempi! Loro come noi facevano il bagno di nascosto incuranti dei pericoli che puntualmente ci venivano ricordati “non sai nuotare…è morto annegato… quando sarai più grande…”. La nostra piccola banda era composta da ragazzini tutti nati tra gli anni cinquanta e cinquantacinque che avevano tanto tempo libero estivo da trascorrere rincorrendo conigli selvatici o discutendo di quello che ci piaceva di più, giocatori di calcio e Donne. Con la D maiuscola. Tutti eravamo incuriositi dalle Donne, ma non avevamo bene in testa come erano e perché erano fatte in quel modo che tanto ci interessava. Subito scattò la molla, forse di nascosto avremmo avuto qualche risposta. Così, con spostamenti eseguiti con destrezza, facili per noi cresciuti leggendo le storie a fumetti di Tex Willer, un pomeriggio afoso ci trovammo ad osservare a circa cento metri e di nascosto gli oggetti del nostro interesse. Non avevamo mai visto una ragazza nuda, ora ne vedevamo di colpo cinque di età più o meno come la nostra. Erano belle, veramente belle! Quella volta andò bene e mantenendo una certa distanza, le ragazze non si accorsero di noi, tutto andò liscio come l’olio. Le ragazze dopo circa due ore trascorse a giocare e scherzare tra loro nell’acqua cristallina, inconsapevoli di essere spiate, rivestitesi, rientrarono in paese. La mia banda si elettrizzo a quella esperienza, ne seguirono discussioni e commenti spesso volgari, ma cosa importante eravamo orgogliosi per quello che vedemmo e provammo anche se non si poteva raccontare in giro niente a nessuno per vantarsene come di solita abitudine. La banda era sempre in tiro. Il nostro capo Fisietto, organizzò dei turni di vigilanza sui movimenti delle ragazze, le spiavamo ma vederle vestite sia pure in modo leggero ed estivo non ci portava bene. Quando ci si incontrava a “Funtanedda” sede del nostro fortino si litigava, per i commenti che venivano fatti alle ragazze che ci piacevano di più, eravamo innamorati ed ingriffati allo stesso tempo. Se le ragazze non andavano più al bagno di nascosto significava che erano a conoscenza di essere state seguite, oppure qualcuno della banda aveva spiattellato la notizia in giro e questo ci aveva nuociuto. Per circa una settimana sembrava che tutto fosse finito e irripetibile. Litigi e qualche piccola cazzottatura poi calma piatta. Agosto, notte di San Lorenzo, “Is Argiolas” ora Piazza Europa. C’erano novità: Renzinu venne a sapere da sua sorella che una sua amica il giorno seguente sarebbe andata a “Luesu” per una piccola passeggiata con alcune compagne di scuola. Scattò per la banda l’operazione “Pibissiu” cioè cavalletta. La banda si radunò vicino al vecchio campo santo nei pressi dell’attuale Istituto Professionale e come al solito senza dare nell’occhio seguì a debita distanza le “nostre” ragazze. Tutto come da copione, andammo al solito laghetto, le ragazze si misero nude e rapidamente sguazzarono nell’acqua ghiacciolina mentre noi stavamo appostati a guardare quel ben di Dio tanto vicino ma altrettanto lontano. Non è chiaro come avvenne ma ad un certo punto le ragazze si accorsero della nostra presenza, vi furono urla spaventate di sorpresa e disperazione insieme a qualche lacrima femminile per le possibili conseguenze del bagno proibito senza vestiti. “Siete degli sporcaccioni, solo dei maleducati oserebbero spiare il bagno innocente di noi povere ragazze”. Proprio così, lo facemmo e l’avremmo rifatto senza alcun riguardo e senza pentimenti forse neanche sotto tortura o confessione in chiesa da Don Mura. Accuse e minacce da parte nostra e loro. Il battibecco tra noi e il gentil sesso durò circa mezz’ora, poi una dodicenne toscana molto carina di cui non ricordo il nome (suo padre militare venne trasferito da li a poco) trovò la soluzione: “Voi maschietti non raccontate a nessuno che noi veniamo qui a fare il bagno nude e in cambio quanto volete potete guardarci senza importunarci”. Giusy, una ragazzina della mia età, per scongiurare ricatti da parte nostra aggiunse che anche noi avremmo dovuto fare il bagno nudi davanti a loro. Le nostre ragioni in causa furono perorate con grande argomentazioni da parte di Lariu C. e Bertu “Straddiga”. In conclusione, fu molto imbarazzante, ma nessuno si tirò da parte. Il patto fu sigillato da un bacio in bocca a tutti e a tutte. L’estate trascorse in modo piacevole per tutti noi, nacquero piccoli amori e fino ad ora tutti rispettammo l’accordo giurato di non parlare di quelle cose. Adesso dopo tanti anni e serenamente ho rotto l’accordo, ma è passato tanto tempo e quella fu una infuocata estate foghesina che mi piace ricordare.

3. Capre e botte



In ogni famiglia di Perdasdefogu c’erano molti bambini piccoli, non come adesso, la seconda guerra mondiale era ancora vicina nel tempo e il Poligono militare era presente da qualche anno con tante sue novità anche economiche. Benessere e famiglie numerose portavano vanto al paese. Spesso i piccoli neonati foghesini ricevevano in dono una capretta per il latte. Talvolta era il regalo di un compleanno o altra ricorrenza religiosa per Santa Barbara o Santo Isidoro. Le capre dei bambini venivano affidate ad un pastore che provvedeva a farle pascolare tutte insieme nelle campagne prossime al paese. Tutti i giorni al pomeriggio verso le sedici, il gregge rientrava all’ovile di “Cungiau de Is Morus” , pronto per la mungitura che rapidamente veniva fatta dal pastore. Eravamo fortunati a nascere in un paese che voleva diventare più bello, più florido, più moderno senza rinunciare alla sua naturale e selvaggia ruvidezza. A quel tempo avevo otto anni e correva l’anno sessantaquattro, frequentavo la quarta elementare e possedevo una capra che mi regalava il latte che tanto mi piaceva. La mia capretta si chiamava “Pitorrina”, bianca e nera con due corna appena rivoltate all’esterno. Non ho mai capito come facesse ma certe volte ho pensato che avesse il fiuto di un cane, mi sentiva a distanza e quando avvertiva la mia presenza incominciava a belare in modo insistente in un modo particolare che ancora oggi saprei riconoscerla tra milioni di capre, se fosse viva. A giorni alterni, andavo insieme al mio amico e compagno di scuola “Alduccio” a prendere il latte che la mia capra produceva. Un giorno si e l’altro no, perché un giorno la produzione di Pitorrina era per me e il successivo per il pastore che custodiva le capre dei bambini. Era l’economia spicciola locale che funzionava perfettamente senza ricevute fiscali o altro, bastava la parola. Il latte mi veniva consegnato in un secchiello di alluminio che mia madre mi dava sempre lindo e lucente con il suo coperchio leggermente ammaccato ma sempre a perfetta chiusura. Naturalmente alla stessa ora convergevano altri bambini da tutti i vicinati, anche loro si presentavano con i loro contenitori per asportare il latte delle loro capre. Eravamo in tanti, tutti più o meno sommariamente vestiti, qualcuno senza scarpe, con i capelli taglio stile “Umberto I”, vocianti e vogliosi di azzuffarci. Proprio così, sentivamo dentro una voglia matta di provocarci reciprocamente, senza cattiveria, solo per una mera questione di confronto e contatto fisico. Ognuno apparteneva ad un vicinato, il mio era “Pizz’e Taccu”, c’era “Prassa e’ Cresia”, “Biginau e Susu”, “Santu Serbestianu” e molti altri. In ogni vicinato spesso c’era una piccola banda di ragazzini, che all’uscita si scuola si spostava in base al tempo meteorologico e all’orario della giornata nelle strade, nelle piazzette o nelle campagne di “Foghesu”. Una banda raccoglieva solitamente bambini maschi dai quattro anni ai tredici e si aggregava in forme più o meno spontanee in base parentale, per cui ad un gruppo facevano parte quelli dello specifico rione o anche quelli acquisiti attraverso linee familiari di nomignolo, “Sciamanica”, “Fangotti”, “Moleri”, “Pillalla”, “Bruvura”, “Ficchiu” e così di seguito secondo la consuetudine di Perdas di attribuire un nomignolo alle famiglie. Serviva a riconoscere le persone le une dalle altre in un ristretto ambiente locale in cui ai bambini si imponevano spesso i nomi dei nonni spesso ancora viventi. Ogni banda aveva i suoi spazi di manovra, e solitamente vigilava i propri territori attraverso una presenza costante. Per andare dal punto A al punto C del paese, bisognava talvolta attraversare il punto B, come in una strategia bellica bisognava tenere alleanze o fare compromessi. Naturalmente invadere uno spazio estraneo da soli significava rischiare di essere provocato e quindi coinvolto in una zuffa. La storia comune a tutti i miei coetanei era questa: si faceva a botte quasi con cadenza quotidiana e se per caso tornavi a casa lacero e contuso ricevevi l’ennesima “surra” da parte di mamma, babbo o altro fratello più grande. Ho sempre pensato che questo comportamento fosse una ingiustizia. Andava a finire che prendevi botte comunque, tanto valeva distribuirne a destra e a manca! Altri tempi e forse altri insegnamenti, ben lontani da quelli attuali. Alle ore sedici di uno dei giorni previsti per la mungitura, oltre alla eccitazione degli animali che avvertivano la presenza dei padroncini, vi era l’eccitazione di noi turbolenti ragazzini. Era come mettere il fuoco vicino alla benzina, una parola di troppo, uno sfotto oppure un preciso riferimento alle virtù di sorelle o mamme facevano scaturire la sfida con la conseguente lotta corpo a corpo. La scarsa conoscenza della storia romana antica era maestra frequente dei nostri scontri in cui si mischiava lotta greco-romana a forme di lotta spontanea come sa “istrumpa”. Se venivi provocato o se provocavi finiva sempre allo stesso modo, un cerchio di decine di scalmanati ragazzini urlanti con al centro due o tre contendenti che tra spintoni pugni morsi e minacce se le davano di santa ragione. C’era sempre un vincitore e un vinto, ma la vittoria era effimera, durava solo fino al successivo scontro. Solitamente si confrontavano i rappresentanti delle rispettive bande perché più robusti o più scaltri e agili ma poi come sempre c’era un parapiglia generale per cui come nelle risse del west si finiva tutti per dare e prendere botte in mezzo ad una bolgia impazzita. All’improvviso senza alcun segnale concordato tutto finiva, subentrava un silenzio irreale, anche le capre non belavano, le cicale sembrava non sapessero più fare il loro mestiere. Ci si guardava intorno, qualche maglietta strappata, qualche gonfiore di troppo, graffi a volontà per tutti, se andava bene non c’erano dentini rotti e tutto sembrava tornare a posto. Ognuno si rassettava o aiutava i compagni a ricomporsi, tutto rientrava nella normalità giornaliera. Poi si prendeva il proprio secchiello, messo accuratamente da parte, con una foglia di leccio ognuno ripeteva golosamente ancora una volta la schiumatura della panna naturale che si formava sulla superficie del latte dopo la mungitura. Durante i nostri combattimenti poteva capitare che qualche secchiello si rovesciasse o che il contenuto dello stesso per altre ragioni fosse scarso. Nessun problema! Amici e nemici di comune intesa ripristinavano i livelli del latte perso, per cui potevi ricevere il latte proprio da colui con cui ti eri azzuffato in precedenza. Non dovevi aspettarti ringraziamenti o altro se donavi un poco del tuo latte, dare e ricevere non erano catalogabili perché alla fin fine ognuno aggiungeva un po’ di acqua per mettere a posto i quantitativi mancanti. Si poteva rientrare a casa. Se il latte diventava troppo diluito, per qualcuno erano rimproveri o qualche scapaccione in casa. Per noi ragazzini era normale non far caso a queste “pinnicche” ci saremmo senz’altro rifatti in un'altra circostanza. Altro giorno altra battaglia!

4. Prova di coraggio


La casa dove sono nato venne edificata nella periferia sud di Perdasdefogu, fu una delle prime ad essere costruite e lentamente come una chioccia richiamò intorno a se altri pulcini in costruzione. Quasi sempre erano concepite secondo una progettualità spontanea derivante dal bisogno. Quasi tutte non erano intonacate e come ebbi conferma in anni successivi avevano i “ferri” sporgenti sul solaio, in attesa di ricevere prima o poi un altro piano. Mi ricordo bene il vicinato di Pissetaccu, ero innamorato stracotto di Marietta P. una mia coetanea che abitava poco distante, per cui attendevo all’angolo della sua casa che passasse il banditore comunale “Peistrottus” per vederla e sognare un futuro con lei. Lei puntuale accorreva e si apprestava ad ascoltare il bando pubblico, che Peistrottus declamava a voce alta e sempre preceduto da una serie di suoni di cornetta d’ottone. Intonava ad alta voce :“averti su strangiu…” Non ricordo niente dei bandi ma ricordo i sorrisi della ragazzina che sembravano solo per me. Marietta non ha mai saputo delle mie giovani passioni o forse ha fatto finta di niente come talvolta fanno le donne. Ora non è importante ma allora era fondamentale. Io quasi giornalmente frequentavo la sua casa, con una scusa o con l’altra, per incontrare i fratelli o per rendermi utile in qualche commissione. La madre che io ricordo vedova, non perdeva occasione per darmi qualche delizioso dolcetto di sua produzione in ricompensa. Non era facile dichiarare una ragazza, ci voleva coraggio, ma il coraggio dove si trovava? A parole ero coraggioso, ma quando ero in sua presenza era tutto diverso, diventavo timido e introverso, chiuso e muto come una tomba. Cercavo una soluzione a questo mio problema, ma non mi sentivo di confidarmi con nessuno. Se avessi avuto un fratello più grande forse avrei trovato il modo di confidarmi, ne avevo due più giovani e non avevano i miei dilemmi. Come sempre c’era la banda, forse si poteva tentare a condizione di non fare intuire la mia necessità di divenire coraggioso. Solita riunione pomeridiana in zona “Funtanedda” e mia grande attività per convogliare i ragionamenti di tutti sul coraggio. Erano coraggiosi i Carabinieri o i Banditi che si davano conflitto tra loro in quegli anni di Sardegna? Uno era coraggioso se compariva in un manifestino di cattura come Grazianeddu Mesina appiccicato con la sua banda sui muri innanzi al Bar Depau nello “Stradone” di Foghesu? Si andava all’oratorio e nelle nostre orecchie rimbalzavano le urla mimate dagli insegnanti di catechismo sui martiri straziati dai leoni nel Colosseo che non avevamo mai visto ma immaginato tante volte. Il coraggio, mi serviva il coraggio! Mi proposi di verificare fino a che punto eravamo coraggiosi. Bisognava impegnarsi a superare le prove di coraggio come faceva “Tiger Jack” ed anche “Capitan Miki” nelle loro avventure da noi lette e rilette fino all’usura dei giornaletti religiosamente custoditi nel forziere del tesoro (una vecchia cassa di munizioni accuratamente nascosta in una fenditura dentro al fortino). Tutti erano d’accordo, bisognava individuare la prova e ovviamente superarla. Si stabilì per alzata di mano che bisognava entrare nel vecchio cimitero, calarsi nell’ossario attraverso un vecchio portone che ormai non chiudeva più la cappella e che era posizionato quale scivolo nella cripta sotterranea. Fino a quel punto la cosa era semplice, divenne più complessa quando fu votato di entrare da soli nel buio della sera, prendere in mano un teschio, posizionarlo all’esterno del muro di cinta e accendere tre lumini di cui uno sopra il teschio. Macabro quanto mai, ma coerente con le nostre intenzioni, avrebbe dimostrato se eravamo veramente coraggiosi. Vi erano tanti ostacoli da superare, uno dei tanti era come fare ad uscire di casa la sera tardi di nascosto. In quegli anni se un adulto qualsiasi vedeva un bambino attardarsi o sperso, solitamente c’era l’invito a rientrare dritto dritto a casa sua talvolta accompagnando l’esortazione con un calcione nel sedere o uno schiaffone a mano aperta. Mai sentito lamentele da parte dei nostri genitori. Perdasdefogu godeva da poco tempo il beneficio della pubblica illuminazione, poche lampadine a bandiera ondeggianti al vento e ancor più diradate, per cui gli spostamenti nella semioscurità erano alquanto facilitati. La maggior parte della banda me compreso superò la prova senza problemi nell’arco di circa tre o quattro notti. Io che ero tra gli ultimi, dovetti prepararmi meticolosamente, dovevo imparare a convivere con il buio, cosa non difficile causa la scarsa illuminazione, ma improvvisamente la fobia del buio mi agguantò per cui le sere precedenti accendevo steariche e lumini in ogni parte della casa con gran disperazione di mia madre. Io accendevo e lei spegneva. Anche mio padre Peppino amava la luce a tal punto che dopo una ennesima discussione con mia madre Amelia, si risolse ad illuminare la cucina con tanti lumini e steariche quasi a far giorno. In tale circostanza venne alla sera a casa dei miei genitori una giovane maestrina di Escalaplano per concordare l’affitto di una stanza, vista la vicinanza delle Scuole Elementari. L’insegnante prontamente, assunse nella circostanza un’aria di contrizione formulando senza indugio le sue sentite condoglianze ai presenti, che per dovere di cortesia e non contrariarla si risolsero di tacere sul fatto che non vi erano defunti recenti da onorare con tante candele accese. Malgrado tutto la mia prova fu semplice, mi ero tranquillizzato perché la notte della mia furtiva uscita da casa non era molto oscura, nessun problema per scendere e risalire dall’ossario con il teschio, solo che quei maledetti fiammiferi famigliari non si accendevano neanche a pagare. Mi risolsi sporgendomi dall’alto del muro cimiteriale in mezzo ai cipressi a chiedere ad un militare di rientro dalla libera uscita la cortesia di prestarmi un accendino. Lo zippo a benzina del soldato scattò fedelmente e i miei lumicini spettrali finalmente furono accesi. Il soldato parve trovare tutta la scena particolarmente gustosa giacché avveniva tra il sollazzo dei miei compagni di banda spettatori in un luogo a dir poco inusuale. Quanto fatto nel cimitero fu esaltante ma non mi servì a niente! Il mio problema persisteva e a quei tempi non fu mai superato, rimasi timido in fatto di rapporti con il gentil sesso per molto tempo a seguire. La mia adorata Marietta col trascorrere del tempo fu lentamente dimenticata. La mia banda e il suo capo “Fisietto” avevano preso gusto alle prove di coraggio, molte erano troppo stupide per essere descritte oppure cattive quali provocare la morte di un vecchio cane o sopprimere qualche gattino. Di una mi è particolarmente rimasta memoria per come ebbe svolgimento. La nostra cultura infantile era intrisa di riferimenti alla conquista del West, così tra pellicole viste e riviste al cinema paesano di “Scoscia” in via Roma e il solito eroico fumetto Tex Willer ci venne in mente di mangiare un serpente. Tutti avevamo avuto a che fare con su “colovru”, sempre la cosa si era risolta con la fuga della serpe o con la sua morte a seguito di sassate o legnate ma nessuno aveva mai provato a mangiarla. La scelta della prova fu approvata con mille dubbi, avevamo visto troppe volte che nel lontano West i serpenti erano velenosi, dalla nostra sapevamo che in Sardegna o meglio a Perdasdefogu non c’erano serpenti a sonagli, ma potevamo fidarci o saremmo morti tra mille sofferenze? Come al solito, non c’era posto per i dubbi, decisa la prova bisognava attuarla! Pronti via… Una serpe d’acqua fu catturata senza difficoltà, venne deciso di farla fritta in padella per cui saltarono fuori tutti gli occorrenti. Alla serpe fu tagliata la testa e fu sepolta nella terra a testa in giù insieme alla sua pelle. Fatto un fuocherello, cosa semplice e rapida si diede corso alla cottura. Le nostre esperienze erano varie, avevamo cucinato in precedenza qualche trota pescata ad “Abbafrida”, anguille di “Iscramoris” , qualche pollastro razziato nelle campagne e il classico coniglio selvatico che era abbastanza frequente nelle nostre “picchettate”. Non ci volle molto, il serpente fu fritto, chi avrebbe mangiato per primo? Tra noi subito nacque una contesa per stabilire chi avrebbe osato rischiare di morire avvelenato. La morte ci spaventava e ci affascinava, a quei tempi si sentiva parlare spesso di morte, per cause naturali o per altro, c’era il male oscuro e quello che si portava via i bambini, noi stessi fummo vaccinati con due taglietti sul braccio per proteggerci dalla morte. Ma in questo caso chi doveva rischiare? La soluzione al quesito arrivò insieme a “Maligintu”.C’era nell’aria un buon odore di frittura. Sul luogo era giunto “Maligintu”, notoriamente molto coraggioso che non si perdeva in chiacchiere: il soggetto giusto! Ultimo arrivato, non era al corrente di aver in padella un serpente. In principio gli fu fatto credere che avevamo cucinato la classica anguilla, ma al momento in cui lui si apprestava a mangiare, la nostra coscienza di giovani incoscienti ci fece confessare che non si trattava di pesce ma di serpente. Ricordo bene il sorrisetto beffardo con cui ci scrutò uno ad uno dicendo “Volete convincermi che non è anguilla per non farmi partecipare al pranzetto!”. Parlare e mangiare fu la stessa cosa! Masticò rapidamente ed inghiotti. Eravamo impietriti, aveva mangiato e non era morto. “Chi non mangia con me non è un uomo!”. Zitti zitti come soldatini mangiammo anche noi un pezzetto di “colovru” fritto in padella e rimanemmo vivi per molto tempo a seguire. Mia nonna Agatina buonanima mi diceva sempre“ciò che non strozza ingrassa”. Saggia donna aveva proprio ragione, a guardar oggi sulla tv satellitare ciò che mangiano alcuni popoli orientali, i nostri formaggi con i vermi o i “sizzicorrus” sono cosucce da niente… Prova di coraggio superata!

5. Raccolta differenziata


Sa Festa de Santu Sarbadori o più precisamente la Festa del Santissimo Salvatore è sempre stata la ricorrenza religiosa e pagana insieme più attesa dai foghesini. I festeggiamenti cadono a cavallo della prima decade di settembre, culminante il giorno dodici quale momento principe dedicato alla sagra che porta alla omonima chiesetta campestre. Noi tutti aspettavamo con ansia questa ricorrenza, che conteneva in se l’usanza di ospitare “unu strangiu” cioè un forestiero nelle nostre case, offrendogli possibilmente vitto e alloggio adeguato alla qualità dell’ospite e alle nostre talvolta misere disponibilità economiche. C’era la processione con il Santissimo che usciva dal paese, sempre seguitissima dai credenti e dai curiosi, i botti pirotecnici del fuochino pagato all’occorrenza, la messa nella chiesetta sempre stracolma di fedeli accaldati e agghindati per la festa, gli onnipresenti carabinieri, tanti militari delle tre armi tirati a lucido. Mi piacevano i marinai con la loro divisa bianca immacolata anche se non capivo cosa ci facessero in un posto dove il mare si vedeva all’orizzonte lontano quanto mai. La questione della strada per Tertenia, realizzata in tempi recenti dai militari, riempiva la bocca di coloro che impazienti spiegavano agli scettici quanto e come sarebbe stata utile questa via di comunicazione. Diventavano tutti progettisti e geometri… Per me il mare era quasi una irraggiungibile chimera, mi affascinava come tutte le cose che venivano da fuori. Da fuori venivano i militari con le loro famiglie, i grandi autocarri verde oliva che trasportavano cose chiamati missili da lanciare, giocattoli, libri con tante figure. Sembrava che tutto fosse bello. Vedevo il mio paese crescere, le case farsi più accoglienti, l’acquedotto, l’illuminazione delle strade e delle case. Molti dicevano convintissimi che Perdas aveva il futuro assicurato. In casa, i miei genitori mi hanno sempre parlato in italiano, naturalmente capivo il sardo perfettamente ma ho sempre avuto qualche problema a parlarlo. Questo mi ha favorito molto nei miei rapporti con la scuola, anche grazie all’impegno profuso da Maestro Attilio Demontis che mi ha sempre seguito alle elementari. Tra i miei compagni c’era Mariano G., svelto e fidato come un levriero, quarto di otto fratelli e sorelle, era il mio preferito. Credo fosse originario di Quartu Sant’Elena, come suo padre maresciallo dell’Esercito. Con Mariano trascorrevo molte ore a scuola e quando capitava andavo a casa sua perché era uno dei pochi fortunati in paese che possedevano una televisione. Mi ricordo che avevano anche un frigorifero che era una goduria, c’erano sempre tanti panini con mortadella e patate fritte, sembravano non finire mai. In quella casa c’erano tante bocche da sfamare e quella era una soluzione apprezzata da tutti. La madre di Mariano era sempre ai fornelli o almeno così appariva ai miei occhi. Mentre i genitori mi trattavano piuttosto bene, ero talvolta preso di punta dalle due sorelle più grandi del mio amico. Era accaduto che più di una volta mi avessero dato informazioni volutamente false sulla presenza in casa del mio amico. Non erano affidabili. Una volta sentii la madre di Mariano riferirsi alla figlia dicendogli “non farai la fine di Millelire! Se non righi dritto entri in collegio…” Non feci molto caso a questa frase, in quanto era normale per tutti i giovani maschi e femmine ricevere minacce per il proprio comportamento. Però la parola “Millelire” mi aveva colpito. La sentii nuovamente mentre giocavo con Mariano a “Funtana e su Putzu” vicino al lavatoio comunale, questa volta era stata pronunciata da alcuni soldati presenti per la festa di Santu Sarbadori. Né io ne il mio amico sapevamo di cosa si trattasse, per cui senza esitare chiedemmo spiegazioni. I soldati ci dissero che erano cose da grandi e che noi eravamo “criature”, sarebbe arrivato il tempo giusto per comprendere, adesso era troppo presto. La cosa non finì lì. Come sempre accadeva, in occasione della Festa del Salvatore, arrivavano e si collocavano lungo lo “Stradone” principale alcune bancarelle. Vendevano torrone e dolciumi vari, articoli per la pastorizia e l’agricoltura e tra le tante cose giocattoli. Tutto questo era per noi il paese dei balocchi. Quante cose avremmo voluto avere, almeno qualcosa diveniva nostra attraverso un regalo di genitori e parenti nonché padrini. Era una goduria stare per ore a vedere ed osservare quei giochi spesso fatti di lamiera stampata che rappresentavano automobili vere, pistole che schizzavano acqua, girandole coloratissime. C’era da perderci la testa. Come al solito tutto ha un prezzo, quei giochi tanto bramati avevano il loro prezzo e per pagarli bisognava avere denaro. In quei tempi, noi ragazzini avevamo una occupazione a dir poco ecologica, facevamo una specie di raccolta differenziata, durante l’anno si raccoglievano in giro per il paese rottami di rame e di alluminio con lo scopo di convertirli in denaro quando sarebbe giunto “Su Reigeddu”. Possedeva una bancarella ampia, tra le più grandi presenti per la festa. L’uomo arrivava su un vecchio camioncino malconcio ma per noi era come Re Mida perché acquistava a peso il rame e l’alluminio ed in cambio ci dava del denaro che noi si spendeva prontamente nella sua bancarella. Me lo rammento, piccolo di statura, con il volto olivastro segnato dalle rughe, sempre serio e cortese nelle contrattazioni di vendita e sempre disponibile a farti lo sconto quando acquistavi. Potrei definirlo un attuale venditore Ebay affidabile al cento percento. Ricordo che se per caso il valore del metallo che acquistava era molto basso, di suo aggiungeva sempre qualche lira, non ti lasciava andar via scontento. Le mie cento lire spesso giungevano grazie ad un meritorio dieci trascritto da Maestro Demontis sui miei quaderni color nero lucente bordati di rosso cupo. Mi pare di vederli, fortunato tra i fortunati a non dover utilizzare quell’infernale inchiostro in boccette e pennini vari grazie ad una donazione che ci vide destinatari di penne BIC! Queste erano le nostre dotazioni finanziarie, pochi soldi da spendere oculatamente. Quei giorni avevano sollecitato tante domande sulla storia di Millelire, ma finalmente avevamo scoperto che tale nome si riferiva ad una bella ragazza abruzzese che era in paese da qualche mese. Era la cognata nubile di un sottufficiale dell’Esercito che trasferitosi a Perdas per servizio l’aveva portata in paese per compagnia della giovane moglie. Una ragazza alta, castana, che quando passava per le vie di Perdas infiammava molti giovanotti e non solo. Come quando si sfila un barattolo di pomodori da una catasta e tutto viene giù, nel giro di poche ore sapemmo che la giovine esercitava saltuariamente l’antica arte. Millelire era quanto dovuto per le prestazioni. Non che ci fosse un moralismo becero e stantio, ma era evidente che se le attenzioni della Signorina erano rivolte ai giovani soldati presenti di guarnigione in paese, nessuno avrebbe sollevato questioni…diversamente…Ora alla mia banda era giunta voce che Millelire a breve sarebbe partita e forse mai più ritornata per cui tanto valeva provarci. Noi eravamo ragazzini, ma la cosa ci intrigava alquanto. La riunione della banda fu sollecita nel decidere, si spacco a metà, io e il gruppo dei più grandi decidemmo di avvalerci delle prestazioni di Millelire, sempre che lei fosse stata consenziente, gli altri rinunciavano perché piccoli di età e decisamente interessati ai giochi di Su Reigeddu. “Fisietto” e “Mariomario” andarono a sondare il campo e trattarono con la Signorina, per lei era OK, pagamento anticipato con sconto giacché aveva accettato sole novecentoquindici lire, da noi messe insieme con tanti sacrifici, rispetto alla tariffa che le aveva segnato il nomignolo. Verso le ore diciannove dello stesso giorno, sul tardi, la banda si diresse in ordine sparso verso “Funtana e Susu” e da li a “Piscina Manna”. Millelire era li che ci aspettava, parve arrabbiata, ci contò come fanno le maestre, diceva che sembrava l’asilo infantile. Eravamo tredici, sei grandicelli e sette piccoli. Però bisognava rispettare i patti. I piccoli rimasero vicino al ponticello in pietra, noi altri sei andammo con lei dietro un grosso corbezzolo. Lei si spoglio, dicendoci che avrebbe fatto quella cosa con solo due di noi, gli altri potevano guardare. Io e altri tre guardammo. Era una cosa molto diversa da come mi ero immaginato, quasi stavo rimpiangendo i miei soldi spesi in quel modo. Mi parve il tutto un po’ deludente, anche se interessante come novità. Non mi sembrò personalmente cosa di cui non poter fare a meno, questa fu l’impressione. Finì tutto dopo circa un quarto d’ora. Millelire ci disse che per noi ci sarebbe stata una altra volta. Non ci fu un’altra volta, Millelire partì con la vecchia corriera per Cagliari qualche mese dopo. Molti si ricordano di Su Reigeddu, qualcuno si ricorda di Millelire che per un po’ divenne la nostra “Reginedda” nonché accorato argomento di discussione. Poi la realtà di paese superò gli eventi e anche lei divenne un ovattato ricordo. La festa è la stessa di sempre ma sembra manchi qualcosa. Adesso la raccolta differenziata funziona diversamente.

6. Cresimati per forza


La chiesa parrocchiale di Perdasdefogu, dignitosa ed imponente era per noi bambini il centro di molte delle nostre attività, c’era il catechismo, le funzioni religiose per noi rigorosamente obbligatorie e come sempre le onnipresenti attività di gioco collettive. Le bambine giocavano a “perduscas” con i loro sassolini accuratamente selezionati da far saltare sul palmo o sul dorso delle mani mentre noi maschietti ci dilettavamo con il gioco dei tappi a corona. La chiesa era a quei tempi dotata di una ampia scalinata a trapezio che mi ricordava un tempio maya. La scalinata era come una piramide sociale, per tacito consenso veniva utilizzata di volta in volta da noi bambini per i giochi. Ti sedevi e potevi giocare a fare percorsi con i tappi, con un colpo secco del dito medio sotteso al dito pollice davi una schicchera al tuo tappo che poteva superare o buttar fuori i tappi avversari. Tutti avevano i loro tappi preferiti, molto ricercati quelli di una bibita che aveva come simbolo una bella stella rossa. Altre volte si giocava con le figurine dei calciatori, chi le scambiava, chi le metteva in gioco lanciandole una alla volta dall’alto con un leggero buffetto sperando in cuor suo di vederla cadere su un'altra figurina per aggiudicarsi tutte quelle che erano state lanciate e che formavano un tappetino per terra. Qualche bimba tracciava con un pezzo di mattone rosso uno dei consueti percorsi a riquadri, chiamati “campana” dove di lì a poco le bambine si sarebbero cimentate in gare eseguite saltando con una sola gamba e accompagnando il tutto con cantilene di nomi recitati a tiritera. Era per fortuna nostra e un po’ di tutti i bambini, un posto dove a parte qualche piccolo litigio, per rispetto o per altro tutti si contenevano schiamazzi giovanili a parte. Io andavo volentieri alla scalinata della chiesa, mi piaceva il colpo d’occhio che si aveva quando eri nel punto più alto. Mi sedevo in disparte, osservando il traffico locale, donne vestite in modo tradizionale, le “signore” mogli dei militari, uomini di paese, soldati, qualche asino che trasportava legna, qualche autovettura utilitaria, rari automezzi militari. Ho sempre conosciuto la presenza dei militari a Perdasdefogu, all’inizio erano guardati con diffidenza, sembravano molto diversi da noi. Forse anche loro personalmente non possedevano molto, ma noi avevamo meno che meno. Le loro famiglie parlavano dialetti strani e sconosciuti per la maggior parte dei miei compaesani, ma i loro figli facilmente si adattavano a noi che andavamo in giro scalzi e con vestitini riciclati ma decorosi e puliti. Anche noi ci adattammo a loro, ai loro accenti diversi, ai loro giochi e molto spesso alle loro merende. Mi sono chiesto tempo dopo, cosa spingeva le mamme dei nostri compagni continentali a invitarci così spesso a far merenda con i loro figli, adesso lo so e sono orgoglioso e grato per quanto ricevemmo insieme a vestiti, calzature e ancor più insegnamenti. Perdasdefogu era fino all’anno cinquantacinque un piccolo villaggio appena citato sulle carte geografiche, poi con l’arrivo dei militari e la costituzione del Poligono, tutto cambiò. “Trabalgiada in base”, lavorare in base era una notevole fortuna, ti cambiava la vita. Anche le nostre case cambiarono come cambiarono molte nostre abitudini, pavimenti, acqua corrente, elettricità. Andavo ogni giorno con una piccola brocca di terracotta a “Funtana e su putzu” perché dovevo portare a casa l’acqua da bere per le esigenze quotidiane di casa. Tutti i miei amici facevano la stessa cosa. L’acquedotto comunale venne in seguito. Le grandi provviste venivano realizzate tramite carri a buoi che trasportavano di casa in casa il prezioso liquido. Le donne in genere avevano questo compito oneroso che le vedeva spesso portare in capo in un miracoloso equilibrio pesanti brocche colme. Chi affittava una casa alle famiglie dei militari, aveva una piccola rendita mensile certa ed inoltre sottobanco veniva rifornito anche lui dalle autocisterne della base che giornalmente garantivano alle necessità del proprio personale. Un po’ di acqua non si nega a nessuno e così poco alla volta si incominciò a porre rimedio all’antico dramma della carenza di acqua. Per fortuna le sorgenti intorno al paese, tranne qualche rara occasione furono sempre all’altezza della situazione. Comunque, di acqua se ne consumava assai poca, altro che doccia calda giornaliera. Dalla scalinata della chiesa, mi sembrava riuscire a cogliere un po’ di tutto questo. Se era bel tempo mi crogiolavo al tepore del sole o al primo fresco della sera, se era cattivo ci andavo lo stesso sia pure per poco e incominciavo a fantasticare su come mi sarebbe piaciuto trasformare il paese se mi fosse stato possibile farlo. In alternativa alla scalinata c’era la piazza davanti alla vecchia chiesa purtroppo avventatamente demolita e rimpiazzata da un campetto ad uso oratorio. A quel tempo la chiesa era già in completo abbandono, semidiroccata e pericolosa abbastanza da far temere tragedie di crolli. Di fianco si ergeva un grande edificio parzialmente completo, chiamato “il salone del prete” in conci di pietra calcare, più o meno ben murati, il tutto era dotato di ampi portoni in legno di incerto colore. La piazza era adibita di volta in volta a luogo di mercato, a spazio per i balli e per le feste, a comizi elettorali e come sempre a luogo di incontro e divertimento per tutti. In attesa che cominciasse la tanto attesa “TV dei ragazzi” con le relative processioni a casa dei pochissimi fortunati che avevano questa meraviglia, si trascorreva il tempo tra gare di “luna monta” e di “scarca”, difficile praticare su “fustigheddu”. Quasi sempre erano giochi di prove fisiche, salto o resistenza, li accomunava il fatto che erano praticati in piccoli gruppetti. Alla lunga però ci si annoiava, e si cercava qualche novità. Non era sufficiente giocare a “rubabandiera” o a “curritenni” giochi di destrezza e velocità, ci voleva qualcosa di più elettrizzante. Iniziò così il periodo dei razzi. Tra noi maschietti si faceva un gran parlare sui missili e sui razzi che partivano lanciati dalla base, eravamo tutti esperti in erba, ognuno diceva la sua, quasi tutti avevamo visto di persona almeno un lancio e poi nel piccolo noi non eravamo da meno dei grandi. Intanto c’era stato un piccolo accadimento, che mi piace ricordare anche se in modo frammentario. Avvenne che…noi tutti eravamo dei discreti lanciatori di ciottoli con fionda ad elastico o a mano libera, l’esercizio era giornaliero con cani, uccelletti o lucertole. Fare bersaglio non era cosa impossibile, ma per migliorare il lancio del ciottolo a qualcuno venne in mente di dotarlo di penne di gallina, poi ci fu l’evoluzione della specie. La balistica venne migliorata utilizzando un sasso allungato dotato di penne, poi sostituito da un robusto pezzo di legno di circa dieci cm di lunghezza e tre di diametro, l’ultima versione consisteva in un missilotto dotato di impennatura posteriore e completato con l’applicazione di un grosso chiodo in acciaio il tutto rigorosamente fissato con spire di filo di ferro per dare stabilità e peso. Funzionava alla grande! Lo prendevi per la coda e con un movimento veloce del braccio volava con grande precisione a piantarsi in un albero molto distante o come ripetutamente sperimentato sui portoni del “salone del prete”. I ricordi diventano imprecisi, ma le conseguenze della scelta del bersaglio fu sotto gli occhi di tutti. Una delle domeniche successive, non saprei dire quale, la mia banda era come tutti del resto, presente per la Santa Messa. Quasi tutti avevamo fatta la Comunione, eravamo rigorosamente puliti e candidi nel corpo e nello spirito. Il coro cantava, noi si attendeva sbadigliando la fine della funzione per correr fuori a giocare tra noi, il prete lentamente si avvicina a noi maschietti, controllati a vista dalle suore del catechismo, ci scruta dall’alto della sua corpulenza e via una raffica di schiaffoni a mano aperta. Eravamo abituati a non reagire e nessuno reagì. Era una questione di orgoglio, ci sentivamo grandi. Solo una parte di noi ricevette lo schiaffo, forse sei o sette, non tutti e questo ci sorprese. Gli adulti non fecero una piega, se il Prete aveva fatto una cosa così doveva esserci una spiegazione, bastava attendere. Non ci volle molto da parte nostra a collegare gli schiaffi esemplarmente ricevuti con i buchi praticati dal nostro missilotto ai portoni del salone. Avevamo fatto il battesimo dell’aria e questa era la “cresima”!. Quando si è giovani, le brutte esperienze si scordano in fretta e viste queste premesse avremmo lanciato anche noi. I tecnici più quotati erano Alberto M.(anni undici) e Ivano P.(anni dodici) .Il primo forte di esperienze di lancio di missili ad elastico rigorosamente autocostruiti era il soggetto giusto. Aveva al suo attivo parecchi lanci ad elastico di un missilotto di legno che una volta in quota ricadeva appeso ad un paracadute ad apertura comandata da un altro elastico che a sua volta apriva lo sportellino ricavato sull’involucro…vi garantisco che funzionava veramente e che Alberto sapeva il fatto suo almeno in fatto di elastici e missili! La coppia si completava con Ivano, figlio di pastore capraio, ottimo conoscitore del territorio e ancor più di armi e polveri da sparo, anche lui ci sapeva fare e collaborava fin troppo. I primi nostri esperimenti furono a base di carburo, quello che miscelato all’acqua nelle lampade ad acetilene produce una vivida luce. In seguito facemmo altri strani miscugli e miscelazioni, con esiti talvolta catastrofici. Fu tutto un cercare di approvvigionare carburo, ma non era cosa difficile, veniva impiegato abitualmente nelle vecchie lampade ad acetilene e non erano rare a trovarsi in paese. Le cose procedevano in questo modo: si faceva una piccola buca nel terreno, riempiva di acqua, si gettava nel liquido un pezzetto di carburo, si chiudeva il tutto con un barattolo di latta forato in alto e non appena incominciava la produzione di acetilene veniva incendiato con una fiammella. Se tutto procedeva per il verso giusto, la reazione esplosiva che si sprigionava faceva zompare rumorosamente in aria il barattolo proiettandolo su per molti e molti metri proprio come i lanci missilistici del Poligono. Ci piaceva tanto lanciare sempre più in alto ma non ci bastava, bisognava far di più! Ivano trovò subito il sistema, avremmo impiegato quale propellente la polvere da sparo di alcune cartucce da caccia (mai lasciare queste cose a portata di bambini) non so da dove provenienti, un bel tubo “innocenti” di circa un metro da piazzare verticalmente, un qualcosa da lanciare simile ad una grossa supposta in alluminio, un dispositivo di accensione rudimentale e da parte nostra tanta incoscienza! Zona di lancio: periferia sud-ovest di Foghesu, piazzola operativa “Monti S’Argidda”- inizio dei test quattordicietrenta ora locale. Non entro nei dettagli, noi eravamo nascosti ben bene dietro delle rocce, un gran botto e non trovammo più il suppostone lanciato per cui realizzammo di averlo spedito in orbita a far compagnia allo “Skylark” lanciato dai nostri colleghi militari. Ci sentivamo importanti, i nostri incontri erano finalizzati a questa attività, consapevoli che bisognava svolgere il tutto in gran segreto! Non parlavamo d’altro se non di propellenti, traiettorie e modi di eseguire i lanci. Di nascosto si cercava di vedere i lanci dei militari, ma non era sempre possibile, la rete di sicurezza organizzata da loro era impenetrabile almeno per noi. Ci furono altri esperimenti, più o meno riusciti. Qualche lancio fu abortito per scarsa qualità dei propellenti impiegati fino all’ultimo che racconterò e che segnò la fine delle nostre attività missilistiche. Il solito Ivano, mise insieme nel collaudatissimo tubo innocenti, polvere da sparo, un barattolino con benzina, altre cose che non rammento e per fortuna nostra quando esplose all’improvviso noi eravamo a circa quindici metri decidendo le procedure operative di innesco. Nessuno si fece male, ci spaventammo a morte! Per un po’ si fermarono le operazioni balistiche. In seguito con malcelato sollievo quasi in forma liberatoria, decidemmo a maggioranza di abbandonare quel settore di attività in quanto ormai sapevamo anche troppo di missili e razzi… Piazza di Chiesa ci avrebbe trovati un po’ più scafati! Mettendoci una pietra sopra, le nostre attenzioni successive si volsero a razziare orti e pollai come di solito accadeva in quei tempi.

7. Lavori bene eseguiti


Mio padre aveva scelto sua moglie in vicinato, come si usava ai suoi tempi, ma i suoi genitori non erano d’accordo sulla scelta, non ne ho mai capito il motivo, ma questo mi ha rubato per tanto tempo due nonni. Tutti avevano quattro nonni, io ne avevo due. Ogni mio tentativo di capire si infrangeva in un divieto che diceva “quandosaraigrandecapirai”. Certe volte, di nascosto andavo a spiare le attività giornaliere dei miei nonni paterni, Giovanni e Doloretta. Facevano le cose che normalmente riempivano le giornate di tutti gli altri nonni a Perdasdefogu. La casa dei nonni materni che io frequentavo abitualmente, era quasi dirimpettaia a quella dei nonni paterni ed io potevo vedere i miei cugini e cugine scorrazzare nella corte allungata davanti alla modesta casa in cui io non potevo entrare. Qualche volta, armatomi di coraggio o per pura sfida, mi presentavo al cospetto di nonna Doloretta, ma lei arcigna senza esitare mi scacciava. Ero molto turbato e meditavo grandi vendette perché pagavo colpe non mie. Per dispetto una sera, invece di rientrare a casa, mi avvicinai alla corte, anche il cane con abbaiava, forse si era abituato alla mia presenza. Con fare sistematico incominciai a demolire il muretto a secco che fungeva da recinzione. Odiavo quel muretto a secco e tutto ciò che rappresentava, la demolizione andò avanti a lungo e un bel tratto fu smontato nel più rigoroso silenzio notturno. L’indomani, all’uscita di scuola volevo ammirare la mia opera distruttrice per bearmi della mia vendetta infantile, ma con gran delusione il muretto era stato riparato e ricostruito meglio di prima. Vidi mia nonna Doloretta che senza proferir parola mi mostrò una pietra colta al momento, scoppiare fragorosamente a ridere. Fu da me contraccambiata, ma non parlammo. Un giorno mi resi conto che in casa dei miei nonni non vi era nessuno e sgattaiolai all’interno, la mia ridotta statura mi fece gran servizio. Ero saltato dentro da una finestrella scordata aperta. I locali che rapidamente visitai erano piccoli e poco luminosi, ma molto puliti e arredati con frugalità. Profumavano di proibito, per cui aspirai profondamente quell’aria e mi riempii gli occhi di ciò che per i grandi non dovevo vedere. Era uno dei miei grandi segreti, lo feci altre tre o quattro volte senza mai venire scoperto. Per quanto possa apparire strano mi sentivo molto soddisfatto da queste incursioni mi pareva aver vinto tante piccole battaglie. Una volta ne sono convinto, qualcuno della cuginanza mi vide accedere quatto quatto, ma non ci furono conseguenze di sorta. Qualche anno dopo, con la morte di nonno Giovanni le cose cambiarono a vantaggio di tutti, ci fu una sorta di pace non dichiarata, per cui ci fu una specie di avvicinamento tra famiglie con il ritrovamento di una qualche normalità parentale. Il tutto avvenne mentre io quattordicenne studiavo a Cagliari. Non faceva per me la grande città, non che non fosse interessante ai miei occhi, ma mi sentivo un po’ sperso. Eri tra tanta gente, ma non conoscendo nessuno mi sentivo solo e provavo disagio fisico. L’unica cosa che mi piaceva veramente era il viaggio in corriera per Cagliari. Ho sempre apprezzato quel modo di viaggiare, anche perché non mi è mai piaciuto guidare, preferisco essere trasportato. In occasione di questi viaggi mi capitava di fare qualche commissione. Dovevo portare qualcosa a Cagliari oppure acquistare qualcosa da mandare in paese per qualche parente o conoscente. Questo genere di lavoretti mi veniva compensato con qualche piccola somma in denaro. Un giorno mi fu chiesto, come quasi sempre accadeva, di consegnare alla stazione delle corriere Satas di Cagliari un borsone. Presi il borsone e lo depositai in fondo al pullman. Consegna effettuata regolarmente…tranne che per il fatto che il borsone colava letteralmente di vino rosso e che il contenuto era a me sconosciuto fino a quel momento. Solitamente occupavo uno dei posti a sedere nella parte anteriore. Anche io come tutti mi lamentavo del puzzo alcolico che si sentiva nel tragitto finale del viaggio, abbiamo detto peste e corna di quel cretino che trasportava vino. Il cretino ero io. Quel fatto, che mi creò molto imbarazzo quando venni individuato, mi ha successivamente condizionato nell’accettare a scatola chiusa molte cose. Tutto sembra nella vita arrivare al pettine, anche il nodo più piccolo. Una sera, in occasione di una licenza militare, mi recai a trovare nonna Doloretta, era di poche parole e con fare risoluto, mi chiese dei miei progetti per il futuro. Così parlando del più e del meno, le dissi che al mio rientro a Verona dove prestavo servizio, avrei acquistato un autovettura. Lei mi guardò e con tono arguto mi disse : ”avrei dovuto pagarti subito il lavoro che una notte hai fatto per me, meglio provvedere subito…” Stavo per replicare qualcosa imbarazzato quando mi ritrovai tra le mani un rotolo di banconote da diecimila lire legate strette come un mazzo di asparagi. Ne fui sorpreso ma per niente dispiaciuto, la freccia sempre in negativo delle mie ristrette finanze era decisamente puntante al top. Un altro piccolo lavoretto che feci a “Iscramoris” è presente nei miei ricordi. Avrei dovuto con la supervisione di mio nonno calarmi in un pozzo asciutto con un cestino per rimuovere un po’ di pietre presenti sul fondo. Non avendo paura del buio e non essendoci alcun problema di claustrofobia accettai volentieri il lavoro in cambio di una paghetta concordata. Una sorella vedova di mia madre, possedeva in tale località quasi sul confine tra Escalaplano e Perdas un grande vigneto. Mio nonno Vittorio, aiutava la figlia nelle incombenze agricole tra le quali spiccava la vendemmia. Nella vigna c’era un pozzo di tipo sardo, profondo circa quattro o cinque metri, non vi ho mai visto acqua malgrado la notevole vicinanza con il rio Flumineddu. Un anno, andai al vigneto insieme a mia madre e ad altri parenti per dare una aiuto nella vendemmia, volevo rendermi utile (mah!). Il pozzo come al solito mi attirava, ancor più quando sentii un guaito dal fondo. Si sentiva la presenza di un cagnetto che vi era caduto chissà come. Mosso da compassione, anche perché al tempo i cani mi piacevano, senza esitare, con una fune mi sono calato nel pozzo armato di un piccolo cesto. Nel buio, il cane mi ringraziò subito per le mie buone intenzioni, mi morse più volte immediatamente. La mia reazione fu altrettanto rapida, lo presi ripetutamente a calci e veloce come “Nembo Kid” mi aggrappai alla fune portandomi fuori dal pozzo. Avevo deciso seduta stante che meritava di morire! Fu una decisione che durò lo spazio di qualche ora, il cane che all’inizio guaiva, prese a rantolare e ansimare, mi toccò dentro e mi calai nuovamente al salvataggio. Lo portai fuori più morto che vivo. Venne da me battezzato “Dik”, piccolo cane color grigio-marrone di razza incerta ma sicuramente morditore. Ad esser precisi, aveva compreso la lezione e ben si guardava dal mordermi, a volte in compenso mordeva mio fratello e gli incauti che puntualmente cercavano di carezzarlo. Aveva una grande abilità nella caccia, inseguiva qualsiasi selvatico gli capitasse a tiro. Ciò lo rese particolarmente desiderato tra i miei conoscenti, lo scambiai più volte con figurine, trappole per tordi ed altre cose da bambini scoprendo che puntuale ritornava da me. Dik era un bel soggetto, nei miei confronti stava sempre a distanza di sicurezza, mai più vicino di due metri, ma in sempre in mia compagnia. L’ultima volta che lo vidi fu quando lo diedi una volta per tutte ad un tal zio Pilia, che per qualche settimana ogni tanto ci mandava dei conigli selvatici catturati da Dik. Gran lavoratore e morsicatore infame. A modo suo faceva bene il suo mestiere. Sempre mio nonno talvolta mi commissionava di “strigiolare” le botti in cui si sarebbe conservato il vino nuovo. Io, armato di un bel pezzo di sughero e di una grossa spazzola entravo nella botte da una piccola apertura frontale e alla luce di una candela cercavo di bonificare la botte rimovendo le tracce delle vinificazioni risalenti al passato. “Mi raccomando, fai un buon lavoro in caso contrario il vino va a male…” . Sapevo fare bene quel lavoro, l’avevo fatto altre volte e puntuale ero stato pagato. Ma quella volta gli impegni chiamavano, il mio amico Alduccio mi attendeva a casa sua nel pomeriggio, era troppo importante andare al “Rio Fradis” per pescare piccole tartarughe. Mi risolsi a subappaltare la pulitura della botte a mio cugino Mauro, che promise ma non esegui perché anche lui a sua volta trovò più facile obbligare un suo fratello piccolo ad entrare nella botte ma senza riuscire a convincerlo ad eseguire il lavoro. Morale, la botte non fu pulita, anzi la bagnammo all’interno la sera tardi simulandone l’avvenuta pulizia. Non rammento se fu riempita e se il vino quell’anno si guastò, ricordo bene di essere stato “trillato” da mio nonno con una buona dose di schiaffoni. Naturalmente pagai mio cugino Mauro allo stesso modo per il lavoro svolto dal fratello piccolo! Come detto il pomeriggio andai da Alduccio, abitava vicino alla chiesa, in una casa a tre piani. Come al solito incominciava la cantilena per chiamare l’amico, ad alta voce fino ad ottenere una qualche risposta. “Arrivo subito, sto scendendo, attendi qualche minuto…” Mi guardai intorno, si sentiva un profumino veramente eccezionale, profumo di pane appena sfornato. Vidi una coperta che stesa su un tavolo proteggeva qualcosa che mi adescava. Guardai e trovai una cinquantina di pagnottelle color miele, ancora calde. Nell’attesa ne mangiai una, poi un’altra e per completare ne misi in tasca altre due. Quattro su cinquanta, nessuno si sarebbe accorto della sparizione! Infine di li a poco arrivò Alduccio. “Moveus Aldù? ” – Andiamo Alduccio? “Solo un momento devo prima ritirare il cibo dei cani, un lavoretto di cinque minuti, mi aiuti?” – “Ti aiuto volentieri, pur di andare subito a Rio Fradis”. Il lavoro consisteva nel mettere le pagnottelle in alcune ceste per proteggerle dai topi!. Mi venne da vomitare quando capii di aver mangiato le focacce per i cani e ancor più quando vidi il contenitore ove erano state impastate, vi si depositavano i rifiuti di cucina durante la settimana ed infine si faceva un pastone. Era sporco all’inverosimile, mosche e chissà che altro vi avevano soggiornato e ancora vi trovavano ospitalità... Credo che il ribrezzo che ancora manifesto per le mosche sia nato in quella circostanza… Non aggiungo altro! Dalle mie tasche le due pagnottelle ritornarono velocemente e di nascosto al loro posto. Anche quella volta nonna Agatina aveva ragione “ciò che non strozza ingrassa” ma io mi sentii strozzare.

8. Cose da bambini


All’età di quattro anni, mi piaceva l’avventura e così puntualmente quasi ogni giorno, facevo il mio viaggetto quotidiano, nel tardo pomeriggio andavo allo “stradone” e mi sedevo dove c’era la fermata della corriera che giungeva da Cagliari. Salutavo tutti e tutti mi salutavano. Mi piaceva prendere “a gratis” il pullman. Arrivava con il solito rumore ansimante e scaricava puntuale militari straniti e gente di Perdas che per vari motivi aveva bisogno di spostarsi. La motorizzazione privata era quasi completamente inesistente. Quasi tutti scendevano alla fermata del Bar di Mariolina, io salivo. Ero ben conosciuto dal personale viaggiante delle autolinee Satas, sia dai conducenti che dai bigliettai, mi chiedevano sempre dove volessi andare ed io indicavo sempre una capitale europea diversa. Le conoscevo a memoria tutte quante. Circa trecento metri e facevo la prima tappa del viaggio, scendevo alla fermata Satas del Bar Depau. Da lì, felice tornavo a casa quasi sempre gustando caramelle ricevute in regalo. Da poco avevo avuto un fratellino, l’avevano chiamato Giancarlo, ma per me e per la maggior parte era Carlo. A quei tempi non mi era molto simpatico, avevo ribaltato più volte la sua culla, e forse sempre per gelosia avevo cercato di spingerlo nel fuoco del caminetto. Lui ha una piccola traccia di una ustione su una mano, ma dubito che io ne fossi stato la causa. A parte tutto, mi seguiva sempre come l’ombra ed eseguiva tutto ciò che gli chiedevo. Non era spione e se necessario coraggioso. Giocavo volentieri con lui. Ricordo che facevamo grandi discorsi sulla potenza e la velocità delle macchine militari che si vedevano girare in paese, ma non capivamo come mai la velocità non aumentasse con le dimensioni. Più era grande e più andava lento. Un autocarro militare enorme era più lento di una campagnola piccola. Era un controsenso, “tutti” sapevano che un uomo grande correva più di un bambino! Si facevano discorsi del tipo “cosa farai da grande?”. Se io sceglievo di pilotare un aereo anche lui voleva pilotare, ma non ci era chiaro il concetto di secondo pilota. Se sceglievo di guidare un autocarro, lui avrebbe dovuto caricare la sabbia e non poteva guidare. Si finiva per litigare. Allora interveniva mia madre e con la scusa di raccontarci una storia, finiva per sconfortarci ancor più. Anche le mamme sono cattivelle? Ricordo che scherzando ci diceva “bambini state attenti, devo dirvi un cosa molto importante…” Noi pur sapendo come andava a finire, ci mettevamo a sedere e raddrizzavamo le orecchie. “Uno di voi non è mio figlio!” continuava mia madre semiseria. Io baldanzoso affermavo, rivolgendomi a Carlo “Tu non sei mio fratello, non vedi come sei diverso da me, io sono grande e scuro di pelle mentre tu sei piccolo e bianco”. Era tutto un pianto, mio fratello diventava una fontana. Poi all’improvviso, mia madre affermava perentoria “Mi sono sbagliata, è Walter che non è mio figlio!”. Carlo smetteva di piangere ed io come sempre correvo a rintanarmi sotto il lettone a meditare sulle mie sfortune. Al che mia madre ristabiliva l’ordine convincendomi ad uscire dicendo che era tutto uno scherzo e come sempre ci cascavamo come polli. Io sapevo perfettamente come procedeva la storia, ogni volta era la replica della stessa cosa, per cui ne ero sempre infastidito. Nella fotografia che ci giunse a casa c’eravamo io e mio fratello Carlo. Arrivò in una busta color celeste e aveva un bel francobollo del “Royaume de Belgique” ed intestata ad un certo “Monsieur Walter Cortas di anni sette abitante in Perdasdefogu rue PizzuTaccu”. Era la prima volta che ricevevo una lettera, per di più da un posto talmente lontano che c’era di mezzo il mare. Ero dispiaciuto che il mio cognome fosse stato storpiato da Carta a Cortas, quando avrei mostrato la busta ai miei amici questo sarebbe stato qualcosa che mi avrebbe creato qualche problema, c’era sempre chi era pronto a canzonarti per ogni stupidaggine. Quando la foto giunse a casa, eravamo entrambi ammalati di varicella, a quei tempi quando un bambino prendeva qualche malattia infantile, come scarlattina, orecchioni o altro si finiva confinati in casa tutti insieme, si stava un po’ male ma in compenso si trascorreva molto tempo a giocare con fratelli, cugini e amichetti da contagiare e immunizzare. Carlo ed io, neanche dieci anni in due, io sei e lui tre. Fotografati in piazza di chiesa, sui gradini di accesso alla piazza, rigorosamente a piedi scalzi e in maglietta estiva tipo marinaretto. Un turista di passaggio colse in quello scatto molto di più di quanto riesco io a descrivere. Eravamo un po’ selvatici, malgrado le buone intenzioni di mia madre. Tutto ci portava fuori all’aperto, c’era poca o nessuna televisione sempre accesa, c’era voglia di stare insieme. Dell’asilo ho ricordi vaghi che mi conducono alla maestra Teresina e al tempo dedicato al riposino obbligatorio. Dell’asilo mi piaceva tutto o quasi, in primis la refezione e i giochi, ci facevano giocare tanto senza crearci le ansie attuali che vogliono bambini impegnati in corsi, attività didattiche o altre cose astruse. Quasi sempre all’asilo si imparava “s’italianu”, anche l’asilo aveva le sue regole, avevamo il grembiulino cucito con la Singer a pedale e rigorosamente non griffato, bisognava sempre alzare la mano per poter parlare o fare qualcosa, bisognava aiutare i bambini più piccoli e imparare le canzoncine. Chi non rispettava le regole veniva punito. Se parlavi in sardo venivi punito. Se ti facevi la pipi addosso ricevevi qualche bacchettata sul palmo delle mani. A me andava piuttosto bene perchè parlavo sempre in italiano e prima di entrare all’asilo mi preoccupavo di fare la pipi strada facendo onde ridurre al minimo i rischi. Si faceva presto ad abituarsi a rispettare l’autorità delle maestre. Erano le didattiche e le filosofie formative di quei tempi. Io come tutti i miei compagnetti, andavo matto per le passeggiate scolastiche. Così, mano nella mano se c’era bel tempo, ci portavano nelle immediate campagne. C’era tanta voglia di crescere e di giocare nei bambini foghesini. A quei tempi, non avrei mai immaginato che da adulto in qualità di Sindaco mi sarei occupato della scuola materna, per favorirne e realizzare l’accorpamento delle le strutture tra il pubblico statale e il privato Esmas, ma queste sono cose recenti.

9. La scoperta di Eprik Eprik


Dalla scuola elementare allo “stradone” c’era poca distanza, ma molto dislivello in quota. Rapidamente dal cucuzzolo ove ai tempi del fascismo era stata edificata la grande costruzione scolastica arrivavi al Bar Melis, dove svernavano spesso tanti giovani e anziani tra partite a carte interminabili e qualche decoroso biliardino. A poca distanza c’era l’edicola di “Ominigheddu” altra fonte di ispirazione per me bambino di quasi nove anni. Ci andavo abbastanza spesso, mi piaceva acquistare giornalini e quando potevo collezionavo “L’isola del tesoro” a dispense settimanali, se non avevo denaro, mi veniva permesso di sfogliare comunque tutto quello che volevo. Non vi erano molte riviste o giornali, rare le pubblicazioni dell’ultima ora, con l’eccezione di qualche quotidiano, ma per lo standard di Foghesu era moltissimo. Con mia infinita sorpresa avevo scoperto che molti adulti non sapevano leggere anche se qualcuno sapeva scrivere il suo nome. Fortunatamente non era il caso dei miei genitori, mio padre specialmente scriveva con una calligrafia ordinata e facilmente leggibile. Feci la scoperta sugli adulti che non sapevano scrivere un tardo pomeriggio, in occasione dei “Is lilloris” a pasquetta. Tutte le famiglie facevano quella che oggi viene detta “gita fuori porta”, si andava a trascorrere una giornata all’aperto, condendo il tutto con funzioni religiose e tante cose buone da mangiare in compagnia di amici e parenti. Si formavano tanti gruppetti di persone più o meno imparentate tra loro che prontamente allestivano tavoli e tavolini traboccanti di cibarie assortite. Molti fuochi venivano accesi e ancor più spiedi giravano lentamente con carni di tante varietà. Il vino buono scorreva come l’acqua. Nessuno rimaneva da parte, c’era molta comunella tra tutti. Mi ero avvicinato ad un gruppo numeroso di persone che erano sedute intorno ad un grande fuoco, che veniva ravvivato spesso per far luce, c’erano molti adulti maschi e femmine, giravano bottiglie di vino rosso e “filueferru” una acquavite locale molto apprezzata. Al centro vidi un uomo di circa quaranta anni che aveva un piccolo libricino, da cui pareva leggere qualcosa, ogni tanto lo sfogliava e raccontava una storia che sembrava essere molto avvincente vista l’attenzione che tutti ponevano. Dopo un po’ terminò il suo racconto tra applausi e apprezzamenti vari, ma prima di andarsi a sedere diede disponibile il libricino ad un’altra persona che prendendo il suo posto esprimendosi in sardo in questo modo “nel mio libricino c’è questa storia, ve la leggerò e se non ci credete, potete leggerla voi stessi ma una volta letta la storia cambierà e tutto ricomincerà com’è vero che domani il sole prenderà il posto della luna che tra poco vedrete!” Compresi al volo che la storia era la stessa, ma venivano aggiunti particolari e personaggi nuovi, anche le situazioni venivano modificate. Era la stessa storia ma diventava un’altra grazie alla presunta lettura di chi “leggeva” il libricino. Ero stupefatto, non era possibile leggere un libro capovolto, allora sentii qualcuno commentare la situazione e ridere sguaiatamente, chi raccontava non sapeva leggere, ma con fantasia fingeva di leggere e per lui non cambiava alcunché se il testo era diritto o rovescio. Alla fine il racconto parve ancora più avvincente e gli applausi furono a scena aperta! Un'altra persona prese il suo posto e la storia ricominciò uguale ma diversa. Mi interessai alla cosa, ero curioso di sapere come mai molti adulti non sapessero leggere. Le risposte furono abbastanza comprensibili e chiare, poca frequenza scolastica o addirittura nessuna frequenza avevano determinato questo analfabetismo adulto. Fu per me molto plausibile, ma per qualche tempo rimasi affascinato dal potere magico di quel libretto dove ognuno poteva leggerci storie meravigliose persino senza saper leggere. Le storie che mi piaceva ascoltare di più erano quelle che raccontava zio “Piccummariu”, non credo le inventasse per me o per i suoi numerosi nipoti, credo proprio fossero vere e apprezzavo molto come le raccontava, senza mai perdere il filo e dandoci sempre spiegazioni sul perché e sul percome. Ci raccontava molte storie, ne ricordo ancora qualcuna malgrado gli anni, quella della “Locomotiva Gigante” che correva tra la Germania e la lontana Cina, quella del “Popolo che adorava la Gomma” e infine la mia preferita: “La scoperta di Eprik Eprik”. Lo zio Piccummariu era preciso come un orologio, alle quindici in punto, seduto quasi sull’uscio, sotto un pergolato, chi c’era c’era…incominciava il suo racconto. Io come tanti altri bambini ero un assiduo frequentatore. Era stato volontario in Africa, combattente della prima ora in Abissinia, spedizione guerresca italiana decisa nel trentacinque. In quelle terre lontane per motivi sanitari era vietato ai militi intrattenersi con le bellezze locali. Zio Piccummariu ci narrava di uomini neri come i negri della bandiera sarda e di ragazze bellissime e dolci più del miele. Con lui conoscemmo i nomi esotici di villaggi sperduti, le scorrerie di guerrieri assettati di sangue, i morti ammazzati a migliaia, i tucul fatti di terra , le zagaglie acuminate, i tamburi di guerra e le frecce avvelenate. Ci pareva ingiusto che i nostri soldati così valorosi non potessero trescare con le ragazze color cioccolata. Ci fu subito chiaro che ogni militare più o meno di nascosto aveva una o due domestiche tuttofare. In certi villaggi dell’entroterra etiopico, ogni cinquanta giorni un uomo poteva affittare una ragazza e tenerla quanto voleva, naturalmente doveva mantenerla con vitto e alloggio. Poi la rimandava a casa sua con un regalo se bene avesse servito. Si poteva scegliere la ragazza con queste condizioni, l’uomo doveva essere in simpatia alla ragazza, doveva farle un regalo e doveva fare un regalo alla madre della stessa. Zio Piccummariu, era un robusto giovane, in uniforme tropicale, calzato e ben nutrito, per di più comandato di vigilanza in uno di quei villaggi. Ci diceva che le ragazze giravano seminude, ma non erano spudorate. Non ci appariva molto chiaro il tutto. Vide una bellissima ragazza seminuda, tredicenne, le sorrise contraccambiato e dopo aver rovistato nel suo zainetto militare, trovò uno specchio. Era un gran bel regalo. Per non far torti lo divise in due parti uno lo donò alla ragazza e l’altro lo diede alla madre che trionfante lo alzo verso il cielo per mostrare a tutti il prezioso bene appena ricevuto. “Eprik, Eprik” Specchio, specchio. L’affare fu concluso come si usava, un abbraccio e un sorso di una bevanda cremosa a base di latte, leggermente alcolica. Eprik Eprik, fu il nomignolo affettuoso che rimase appiccicato alla ragazza. Rimase con zio Piccummariu per molti anni, imparò alla perfezione l’italiano, aveva appreso l’arte di fare anche “is culurgionis”, preparava “su casagedu” era come raccontava “meglio di una moglie, una amante meravigliosa”.. Era fedele ed anche intelligente, imparò a scrivere e far di conto, non faceva niente che dispiacesse a Piccumariu. Trascorsero anni che furono certamente spensierati, poi finì l’avventura d’Africa e Piccummariu dopo qualche periodo rientrò a Foghesu. Eprik Eprik “per me, non è poi così lontana…” così affermava con voce emozionata. Su questo rientro e sulle sorti della bella Eprik Eprik , il racconto sorvolava, non erano dettagli indispensabili, ma io come al solito avevo un tarlo che mi rodeva e che per qualche ragione non mi dava pace. Mi feci convinto che l’avesse portata a Perdas e che lei condividesse la nostra vita di paese. Feci i miei calcoli per stabilire l’età di Eprik Eprik e a torto o a ragione incominciai così a scrutare sistematicamente tutte le donne di carnagione scura o anche semplicemente abbronzate che vi erano a Perdas. Se molte di loro avessero avuto sentore che io ero alla ricerca dell’amante esotica di zio Piccummariu si sarebbero fatte mille e mille risate. Una volta vidi una donna, alta, mora, bella, aveva tutte le carte in regola per essere lei, crollò tutto quando la udii parlare in napoletano verace, aveva un ragazzo che studiava in seconda media ed era sposata con un tecnico della Vitroselenia. Non era lei. Per quanto mi sforzassi non incontrai mai quella Eprik Eprik. Peccato questa era proprio una gran bella storia d’amore.

10. Cavalli e cavallette


Quando è nato Danilo, mio terzo fratello era il sessantaquattro, fui io a scegliere il nome, aveva un non so che di bohemienne, credo averci azzeccato, tra tutti i miei fratelli è l’unico ad avere un estro particolare per qualsiasi genere di arte. E’ suscettibile, ma generoso, un po’ Don Chisciotte un po’ Salvador Dalì, fantasioso in tutte le cose che fa, sempre che gli sia garbo di farle. Mi sentivo gratificato quando mi chiedevano del nuovo fratellino, dicevo che era nato molto grande. Al primo anno era talmente roseo e rubicondo che poteva far la pubblicità alla Plasmon. Di pari passo al bell’aspetto sviluppava un caratterino tutto pepe. Aveva a malapena compiuto i quattro anni, che bastava contrariarlo per vederlo sparire a giornate intere. Talvolta, prendeva una valigetta di cartone, vi infilava un pacco di pasta e un pacco di zucchero, prelevati dall’emporio di mia madre e come un fulmine di piombava puntualmente a casa di nonna Agata, dove era sempre ben accolto. Il sessantaquattro me lo ricordo in special modo per via delle cavallette. Nel periodo estivo, le campagne di Foghesu assumevano un colore giallastro, chiazzato di variegate sfumature tendenti al marrone immerse in una calura per me estremamente piacevole. L’estate era la mia stagione preferita, niente scuola, molto tempo libero con gli amici, scorrerie negli orti, cadeva il mio compleanno e potevo esplorare a piacimento il territorio di Perdasdefogu. C’era sempre qualcosa da fare, mi piaceva acchiappare “pisigous” che opportunamente legavo in coppia per tirare un piccolo carretto in ferula , si trattava del cerambice della quercia, facile da incontrare, prendere con un filo d’erba fatto a cappio qualche sonnolenta lucertola oppure con la fionda andare a caccia di “pibissius” piccole cavallette estremamente mobili e salterine . Tutti questi animaletti erano presenti nella fauna locale in quantità come dire regolare, ad essi si accompagnavano, ragni, farfalle, cicale, mosche, api, vespe, mantidi e tutto ciò che tutti conosciamo, come sempre ne troppi ne pochi. Ma un mattino, recatomi alla postazione militare di Radiosonda vicino a “Runcu su Mirali” nella zona che da verso “Marteddu” vidi le cavallette a milioni di milioni. Non erano di grandi dimensioni, sembravano esser partorite dal terreno. Ne avevo sentito parlare in chiesa, era una delle piaghe d’Egitto. Disperato, pensai che se erano presenti a Foghesu, il Padreterno era arrabbiato con noi. Ci eravamo comportati male con i continentali? Come qualche volta ci rimproverava Don Mura il prete? Avevo giusto nove anni e per varie ragioni, mi ero volontariamente allontanato dall’ oratorio. Anche io avevo contribuito a far giungere questa punizione divina? Questi pensieri negativi mi fecero sentire colpevole, ma i turbamenti durarono poco. Osservavo incuriosito quelle innumerevoli zampette che ritmicamente spingevano verso sud-ovest la massa bulicante. Davanti ai miei occhi stupiti di bambino, il tappeto vivo che si muoveva stava divorando voracemente tutto ciò che sembrava commestibile per un insetto. La mia presenza non pareva infastidirle come invece sarebbe accaduto fossero state in piccolissimo numero. Decisi di fare alcuni esperimenti. Se ponevo nel loro cammino qualche ostacolo, loro parevano non considerarlo, si ammucchiavano le une sulle altre fino ad arrampicarsi per passare oltre. Non valutavano, come sempre accade la possibilità di aggirare l’ostacolo. Il che mi fece pensare di creare una piccola barriera di fuoco. Tutti gli animali temono il fuoco, lo sanno tutti. Le mie tasche contenevano come sempre un coltellino, fiammiferi, sale, spago. Il focherello fu acceso e con sgomento vidi che il comportamento non cambiava, le cavallette si buttavano sul fuoco, strato su strato, a morire carbonizzate per permettere alle compagne di camminare oltre il fuoco. Erano tante piccole emule di Muzio Scevola, non avevano paura delle braci accese. Riuscirono a spegnere il piccolo fuoco e continuarono imperterrite la loro marcia. Perché non volavano? Normalmente lo facevano. Avevano ali e tutto il resto, ma parevano come istupidite, sembrava non possedessero una volontà individuale. Marciavano compatte verso la morte certa, kamikaze a sei zampe. Scoprii in seguito che volavano, altro che se volavano, mi avrebbero potuto dare lezione quando volevano. Erano le micidiali locuste che potevano oscurare il cielo e devastare la terra. Cavallette e cavalli, nomi simili per animali diversi. Sempre in quella estate andavo a piedi a “Tueri”, percorrendo la strada provinciale non asfaltata che portava al terreno dei miei nonni. Mi fermavo a bere alla sorgente di “Sa peddi e cani” e poi un’altra tirata verso Tueri, fantasticando scontri di guerrieri sardi contro i soldati romani alla vista del nuraghe seminascostro tra la vegetazione. Mi sarebbe piaciuto andare a Tueri con un passaggio in macchina, mi sarei accontentato di un carro a buoi, ma non passava nessuno, il traffico era sempre scarsissimo, quasi nullo. Se avessi avuto un cavallo come l’aveva Capitan Miki, mi sarei divertito alla grande. I cavalli erano meglio delle macchine, potevano passare dove non c’erano strade, potevi persino parlargli e come Zorro ordinargli di farsi trovare in un certo posto. Quanto mi sarebbe piaciuto avere un cavallo tutto mio o anche solo poterlo cavalcare. Qualche volta ero salito su un asino o su un cavallo, ma da passeggero non da cavaliere, venivo semplicemente trasportato come si trasporta un sacco di patate! Non sapevo che il destino da sempre una occasione a tutti. A Tueri, nel terreno dei miei nonni, sul confine della parte alta c’era un grande albero di fichi neri ed un grande noce. Sotto al fico era stata costruita una grande vasca che si riempiva con il filo d’acqua quasi invisibile di una cannetta che usciva dalla parete di roccia sovrastante. In aderenza c’era quasi sempre un vecchio cavallo baio di proprietà di “Ziu Stevuni” il fratello di nonno Vittorio. Come tutti sapevano, specie io, Ziu Stevuni era geloso delle sue cose, per cui ero sempre guardingo, se la prendeva con me per ogni non nulla. Se perdeva un oggetto o qualcosa girava male, dopo una sequela di frasi più o meno astiose, era il mio turno. Almeno questa era la mia impressione. Mi tenevo quindi a distanza di sicurezza, qualche volta mi aveva anche picchiato con grande riprovazione da parte di mia madre Amelia. Ma il cavallo era la mia calamita! Salivo sul fico e tenendomi bene aggrappato ad un grosso ramo mi divertivo a toccare con i piedi scalzi la groppa e la criniera del cavallo. Il cavallo sopportava paziente le mie incursioni sempre più audaci. Io ero piccolo di statura e pesavo forse neanche quaranta chili, uno scherzo per una bestia abituata ad essere caricata con bisacce di cinquanta e passa chili cadauna. Poi un giorno, così facendo, mi successe di cadere letteralmente sul dorso del cavallo, essendomi sfuggita la presa del ramo. Ci fu uno strattone, il cavallo scartò e si liberò dalla legatura fittizia con cui si legano i cavalli. Con me in groppa teso e irrigidito dalla paura, lentamente si mosse e in un surreale silenzio di cicale e grilli onnipresenti, si avviò per la strada percorsa e ripercorsa tutti i giorni che recava a Perdasdefogu. La mia tensione non accennava a diminuire, sentivo la paura di cadere dal cavallo, il calore della bestia sotto di me in pantaloncini corti, il timore di ciò che mi avrebbe fatto Zio Stevuni, il fatto che non solo non controllavo l’animale ma sembrava accentuare la velocità e dal passo cambio al trotto veloce. Mi tenevo come una cozza si tiene al suo scoglio. Nei pressi della “Madonnina” avrei voluto lanciarmi giù ma non lo feci, velocità e altezza dal terreno mi fecero desistere. Che strizza! Velocemente arrivammo in paese, io ben ancorato alla criniera feci una bella entrata, schiena ritta a salutare e a mantener fiero lo sguardo. La strizza era in aumento. Il cavallo, svoltò davanti alla falegnameria Cabitza, allora attiva, superò la casa di Faustino “Stangiau” e come d’abitudine girò a sinistra in via Roma, pochi metri ancora, prima di fermarsi davanti a casa di ziu Stevuni e di zia Niccola. Sul muro c’era un anello di metallo. Quello era il posto preciso ove mi ritrovai cavallerizzo in erba su un cavallo preso “a prestito”. Non osavo scendere, per paura di essere calpestato dagli zoccoli, ma la paura di veder giungere ziu Stevuni, mi attizzò spintaneamente il poco coraggio. Prima con mia tronfia superbia mi feci ammirare dai ragazzini di quel vicinato, incurante di alcuni adulti che vedendomi, fecero battute salaci su me e sul cavallo! Difficile per loro far convivere asini e cavalli… Smontai in un balzo e per sfida con me stesso riprovai a salire in groppa, semplice come bere un bicchier d’acqua… Quella stagione estiva, mi vide cavalcare il cavallo altre due o tre volte. Avevo imparato a dargli dei comandi e l’equino sembrava apprezzare le cose buone che gli davo da mangiare, tutto andava per il meglio tranne che ziu Stevuni era arrabbiato a morte con me, non solo doveva rientrare a piedi da Tueri ma non poteva portare niente dalla campagna. Meditava vendetta. Ne avevo fatta una di troppo! Inutile dire che stetti a notevole distanza per molto tempo a seguire da ziu Stevuni e da sua moglie visto che anche lei non era troppo tenera con me. Ben sapevo, per averle già provate in altre circostanze, come si sarebbero concluse le loro ritorsioni ai miei danni. Il tempo avrebbe spianato tutto.

11. Carbonia mon amour


Non era una punizione ma poco ci mancava, per me non era particolarmente gradevole andare a Carbonia. Non che avessi chissà quali remore personali, ma la mia permanenza in quella cittadina ex mineraria è sempre stata accompagnata da evocazioni non proprio positive. Ancora oggi, mi pare che soffrissi di libertà di movimento, anche se forse era dovuto alla mia giovanissima età. Ci andavo raramente con mia mamma, li abitavano Nonno Vittorio e Nonna Agatina insieme a qualche mio zio. Della loro casa mi ricordo solo una sorta di vaschetta in muratura che tenevano per la provvista dell’acqua e un non ben precisato fornello in cui si cucinava con il carbone. Mio nonno era stato minatore, come anche mio padre e tanti altri sardi di quei tempi. I miei primi ricordi, parlano di una bella sforbiciata che mi feci volontariamente ai capelli. Per pareggiarli in qualche modo mi venne fatto un taglio quasi a zero, a unovirgolaqualcosa. Ero come un piccolo riccio, in contrasto ai capelli fluenti che si lasciavano crescere ai bambini. Non ero molto interessato al mio aspetto. Un giorno, riuscendo a sottrarmi al pressante controllo che facevano su di me, riuscii a scappare in un vialone tutto alberato. Ricordo il senso di libertà, l’affanno della corsa e le successive botte ricevute per essermi allontanato. Forse Carbonia con le sue regole non era propriamente adatta a me bambino di Perdasdefogu. Vi tornai qualche anno dopo, ospite di Zio Fiorenzo e di zia Chicca, dovevo prendere qualche ripetizione di lingua inglese. Mentre il luogo continuava a darmi sui nervi, mi piaceva seguire le faccende di zia Chicca. Era piacevole sentirla parlare e seppure a volte rigida nelle sue decisioni, era molto affettuosa con la sua famiglia e anche con me. Come sempre accade ai bambini, mi era capitato di pensare che mi sarebbe piaciuto vivere per sempre in quella casa ordinata e ben tenuta. Mia cugina Anna era una bella ragazza, mi piacevano i capelli castani e il profilo del suo naso. Avevo deciso che era la cugina più bella che avessi mai avuto. Non ricordo di aver mai intrapreso con lei alcun ragionamento, avevo l’impressione che non avessimo niente in comune a parte il cognome. C’era il fratello Paolo, di qualche anno più grande di me. Non apprezzavo molto il suo carattere spesso autoritario, però lo ammiravo per la sua bravura nella pesca subacquea e perché mi regalava tante cose senza chiedergliele. Amava difendere a spada tratta e senza alcuna esitazione, il fratello minore chiamato da mio zio “Marcone”. Paolo copriva volontariamente alcune marachelle di Marco, che io ben conoscevo perché le aveva fatte davanti a me. Era il fratello maggiore che tutti avrebbero desiderato me compreso. Marcone era il compagno ideale, leggermente indolente, intelligentissimo, era molto amato in casa e stimato dai suoi amici che ben presto divennero anche i miei. La casa degli zii faceva parte di una serie di comode costruzioni, forse risalenti agli anni del boom minerario, che erano abitate da ex minatori passati alle dipendenze dell’Enel. C’era molto verde in quella zona residenziale, molti eucaliptus altissimi e piante che ai miei occhi parevano esotiche. In una di quelle case abitava “Danieledda”, una graziosa ragazzina, credo che il suo nomignolo fosse la contrazione di Daniela Ledda, di certo so che trascorreva molto tempo con noi maschietti perché aveva una passione incredibile per il calcio. Non solo amava questo sport ma lo praticava meglio di tutti noi, era un centravanti incredibilmente brava e ai rigori nessuno parava i suoi tiri. Persino a me che di calcio non ne ho mai fatta malattia, mi piaceva da morire questa ragazzina che aveva fatto rete nel mio cuore. Carbonia divenne il centro di tutto il mio universo. Ci vuole poco a cambiare idea. Tra i nostri passatempi pomeridiani c’era quello di fare qualche scherzetto alle spalle di anziani pensionati . Un pacchetto regalo ben confezionato con la carta dell’UPIM veniva lasciato su un marciapiede bene in vista e quando qualcuno cercava di raccoglierlo, con una funicella nascosta veniva allontanato dalle mani dell’occasionale raccoglitore. Ci divertivamo come non mai a quegli scherzi ingenui, io però pensavo che cose del genere potessero capitare solo a Carbonia, ero persuaso che a Perdas non ci sarebbe cascato nessuno. C’era un gioco che consisteva nell’interpretare le sigle, per esempio dicevano che UPIM significasse “unione per imbrogliare meglio”, che SATAS volesse dire “sarai ancora trasportato a sbafo…” e così via di seguito. Mi parevano anche allora scematine! Un pomeriggio a qualcuno venne l’idea di mettere un water in ceramica al centro di un incrocio, era un bello scherzo. Tutte le autovetture che passavano ci giravano intorno come una rotatoria. Come sempre di nascosto ci godevamo la scena finché una “apigedda” (motocarro) ci gira intorno, si ferma, torna indietro, scende un uomo, si guarda intorno e rapidamente carica sul proprio trabiccolo il water. Cose da “candid camera!” . Mio zio portava spesso Paolo, Marcone e me sulla stupenda spiaggia di Porto Pino. Al tempo non c’erano molte costruzioni, era come dire ancora vergine. Paolo si immergeva con la muta in neoprene e fucile da pesca per prendere immancabilmente gronghi e murene insieme ad altri pesci. Marcone faceva l’esploratore marino in lungo e largo sulla spiaggia intanto che zio Fiorenzo posizionava la sua canna da pesca. Io seduto vicino, imparavo che sabbia in inglese si dice “sand” che mare si dice “sea” che nave si dice “ship” che il vento era “wind”. Mi piaceva ascoltare mio zio che diceva cose che di li a poco voleva sentire da me. Mi parlava calmo e rilassato, ed io come una spugna assorbivo tutte le cose che mi insegnava. Era molto portato per l’insegnamento. Spiegava bene, non forzava la mano e al contrario di come facevano molti insegnanti ti dava soddisfazione. Mi ricordo molte cose da lui apprese in quei tempi, qualcuna è diventata cosa mia. Diceva che tra le persone”deve esistere la comunicazione, non basta trasmettere o ricevere come fa la radio, bisogna entrare in sintonia con il cervello”. Ho avuto mille e mille volte la conferma delle sue avvedute parole. Mio zio non c’è più, ma i saperi che mi ha donato in quei giorni sono ancora presenti in me. Mi mancava però tanto Perdasdefogu, era difficile starne lontani. Così a fine estate rientrai felice a Foghesu, il paese dei missili.

12. ABC


“Scuolla, pistolla e casseruolla si scrive con una elle solla!”. Musica per le mie orecchie, ero infatuato da questa sequenza di parole in cui si prendeva in giro un mediocre maestro d’italiano. “Non si dice la boccia, si dice la palla…corri vai e boddila! (prendila)”. Andavo volentieri a scuola, ma giungevo sempre in ritardo, sicuramente per mia colpa. Ho sempre avuto tutto il tempo che mi serviva ma ero un tiratardi. Da bambino, siccome i miei genitori avevano un emporio, andavo di buon mattino a prendere il pane da rivendere. Mia madre riforniva il negozio, dai due forni di panificazione che c’erano a Perdas. C’era il forno di Maria Carta e quello di Cannas. Andavo volentieri da Cannas perché c’era Ettore. Mi piaceva sentire il profumo del pane che faceva durante la notte e ancor più sentirlo parlare. Ho sempre trovato interessanti i suoi ragionamenti, mi rispondeva sempre in modo acuto e sebbene fossi un ragazzino, discuteva con me seriamente. Mi sentivo considerato, mai preso in giro al contrario di ciò che talvolta fanno gli adulti verso i giovani. Sapendo che lavorava duro, mi stupivo per la sua freschezza dopo una notte a panificare. Abitudine? Così al mattino prendevo pane e “ragionamenti” su tutto. Il pane da pagare e il resto gratis. Mi piacevano anche le riviste che leggeva, una ricordo si chiamava “ABC”, sembrava trattare di cose frivole per via di certe donnine nude invece era molto seria. Per qualche periodo avevo frequentato l’oratorio, che guarda caso era dirimpettaio al forno di Ettore. In via Mazzini a Perdasdefogu, mi pareva impossibile che bastassero pochi metri per entrare in un mondo di suggestioni molto diverse. Anche il nome di quella strada quasi tutta in salita pareva indicarmi un certo modo di affrontare la mia vita futura. Non sempre ho scelto di fare le cose più comode, spesso ho preferito realizzare a torto o a ragione gli obiettivi in cui mi identifico. Molti miei compaesani sanno bene di cosa parlo. Credo che molti miei modi di pensare e di agire siano stati condizionati da ciò che appresi da Ettore. Non so se mai glielo detto, ma sarebbe stato un valido insegnante in molte discipline della vita. Anche questa è “scuola”.